lunedì 28 gennaio 2013

VIII. Un’asinata a Ballino.


VIII. Un’asinata a Ballino.                                                                                             Torna all'indice
– Vien qua, Beppi; dinne anche tu il tuo parere. 
– Che cosa comandano, signori? 
– Avremmo pensato di fare domani un’asinata fino a Ballino; che ti pare? troveremo da divertirci? 
– Anzi, riuscirà una gita delle più amene. 
– Ma troveremo poi una dozzina di asinelli pronti per domani? 
– Non dubitino, signori; lascino fare a me. Di questa merce havvene dappertutto in abbondanza, e non ne siamo senza noi giudicariesi. 
– Dunque fa le cose in regola. 
– E pel pranzo hanno intenzione di ritornare o no? Bisogna che lo sappia per dare eventuali ordini alla cuoca. 
– Il pranzo lo prenderemo colassù, anzi tu, domani, ci precederai di qualche ora col tuo cavallo, ed allestirai il tutto, alla solita ora, presso alcuno di que’ albergatori. E perché non avvenga che la nostra presenza numerosa non ci faccia stare a denti asciutti prenderai teco alcunché del più necessario. 
– Ho capito; stieno tranquilli che non mancherà nulla; a loro il fare una buona alzata domattina e vedranno che l’asinata riuscirà completa. Sono le ore 5 mattutine; il cielo è perfettamente sereno; il sole già indora le cime de’ monti e giù giù va impossessandosi de’ colli aprichi; una brezzolina fresca fresca, che spira dalle rive della Sarca, ti scaccia ogni residuo di sopore e ti fa lesto come un capriuolo. 
 Fatta colazione, lasciamo l’albergo per passare al di là della Duina ove in ordinata falange ci attendono i biblici corsieri. 
La nostra presenza, numerosa anzicheno, ed in vario uniforme, mette l’allarme ed un urrà fragoroso ed ingratissimo scoppia da quelle rauche fauci asinine. Oh! musici dell’avvenire, quale occasione propizia per ispirare il vostro nordico genio!.. Ma non v’è tempo da perdere. Compagnia! i piedi in istaffa… uno, due… e tre!.. eccoci in arcioni! la briglia in mano…. attenzione…. ar….ri..i..i.i….. Trach, trach, trach…. il pelottone è in perfetta marcia… Addio a chi resta; arri….vederci! 
Castel Campo in un'antica litografia (Perini Agostino 1834-1839)
Per la scorciatoia di Rotte ben presto guadagniamo l’altura del Convento di Campo, di cui già parlammo e che ora mi si dice eretto nelle gravi calamità degli anni pestiferi 1630 e 1631. La via continua lungo il muro dell’ex convento portante capitelli della Via Crucis, e poi prosegue l’estremo lembo a sera della bella spianata; a destra un’ameno boschetto di pini a dolce pendio ci imparadisa di saluberrimi profumi. Ma eccoci di fronte Castel Campo, scendiamo la romita valletta onde più davvicino ammirare questo storico castello che tuttora resiste di buon stato agli insulti delle bufere. Il vescovo trentino Aldrigheto (1232-1247) era oriundo di qui; ed i Galasso ne restarono padroni fino sotto il Vescovo Giovanni IV Hinderbach, mentre estinta la loro prosapia, passò poi il feudo nel 1470 alla famiglia Trapp, la quale tutt’ora lo possiede. 
Da qui per Curè (anticamente Cugoredo) passando per Stumiaga, l’ombrosa, (è nientemeno che coperta di rame… di noci) deviando a destra ove c’invita un campanile alla ghibellina, siamo presto a Fiavè. È questo senza confronto il paese più popolato del Lomaso e, se vuolsi, anche meglio fabbricato, mentre forma quasi una sola contrada lunga assai. Oltre due piccole chiesette ai capi, nel mezzo, a fianco di spazioso piazzale, s’erge il nuovo tempio. Se felice n’è la posizione, la correttezza dello stile non sembra tale ai nostri occhi profani; una sola navata senza quelle lunghissime e sottilissime colonne, col campanile a fianco, piuttosto che sulla facciata, sarebbe stato più pratico e conforme agli usi giudicariesi. Fiavè è luogo importantissimo nella storia patria, perché nel passato diede uomini illustri non pochi. Godo ricordare: Calepino Podestà di Trento sotto il Vescovo Filippo Bonacolsi (1289-1303) dal cui nome s’appellò la contrada Calepina; Giacomo Nascimbeni notaio in Arco; tre fratelli Levri (de Leporibus) i quali se d’inverno abitavano in Arco (1565) nell’estate villeggiavano qui, e Lelio era uomo singolare e capitano nella milizia. Questa famiglia era in intima relazione coi conti d’Arco e coi Principi Vescovi di Trento, mentre sì gli uni che gli altri si trovano padrini al battesimo della prosapia Leporina. Nel 1682 Domenico Tonini era vicario di Stenico e comissario d’Arco, e poi giudice; nel 1691 Domenico Zeni ViceVicario di Arco ed altro Antonio Zeni Canonico di Trento nel 1709, senza nominare il notaio Antonio Armani, condannato nella guerra delle noci. 
Le case che si estollono qua e là, di maggior appariscenza delle altre, nel bislungo paese, sono appunto quelle abitate dalle illustre famiglie, e quella de’ Levri serba ancora della serietà medioevale. Lasciate le selle per pochi momenti, per una seconda colazione, e brindato con un bicchiere di Trebbiano di Dro ai presenti, onde emulino i loro maggiori a belle imprese in buona unione, prendemmo tosto a proseguire il viaggio. Appena oltrepassato il villaggio, scorgesi innanzi a noi la Torbiera, anni fa lago; e dopo pochi minuti valicammo il ponte presso il quale esistono gli avanzi della ora abbandonata cava di Torba ch’era d’una società francotrentina. Ora che la torba si presta così bene come lettiera di cavalli e bovini, non si potrebbe forse con miglior esito avviare ancora un commercio lucroso? Faccio voti fervidissimi che, in vantaggio de’ boschi, si usi più abbondante la polvere di torba in questa valle eminentemente propizia alla pastorecchia, e che non manchi ancora l’esportazione di questo materiale fertilizzante, senza andare a ritirarlo dall’estero, come si fa in qualche parte del Trentino. 
Lungo le sponde di questo laghetto, ora asciugato, furono trovate traccie dell’epoca preistorica umana nelle palafitte ed in alcune selci lavorate; se continueranno gli scavi con intelligente indagine, non mancheranno di venire alla luce nuove scoperte. 
Oltrepassata la torbiera, la valle si restringe di molto sì da formare una semplice bocca di passaggio chiamata appunto lo sbocco di Ballino. Guadagnato la sommità del passo, ove le acque si dividono parte per Ballino e Fiavè, parte per Ballino-Riva, avemmo una grata sorpresa. Molti dei villeggianti in  Ballino all’annunzio del nostro arrivo, portatovi dal nostro albergatore, vollero accorrere a darci il benvenuto ed al capitello ci stringemmo le destre e ci chiamammo amici. Fu ben differente l’incontro avvenuto nel Gennaio 1439 tra le milizie del Gattamelata (Erasmo da Narni) e quelle dirette dal Taliano Furlano e dal Capoccia proprio in questo luogo, colla peggio delle prime, che bivaccavano tranquille nei prati circostanti, senza il minimo pensiero d’un imboscata. Ma quelli erano Guelfi e Ghibellini, e noi eravamo tutti Trentini… Ecco la meta desiata; Ballino ci ha ormai accolti nelle sue mura secolari; smontiamo frettolosi e postiamoci al primo albergo, ove l’avanguardia sta preparando il desinare. 
Andreas Hofer
Rinnovata più davvicino l’amicizia coi villeggianti, caldi tutti d’amor patrio, pria ancora del pranzo traversammo assieme il paesello simpatico per fermarci alla casa ove abitò un grand’eroe d’amor nazionale ed appendervi una corona di rose alpine. (Piano signor Redattore colle forbici inesorabili, lasciatemi finire....) Andrea Hofer, l’invincibile eroe tirolese, da ragazzino veniva collocato dai genitori in Ballino come famiglio per apprendervi il caro nostro idioma, quasi presaghi di ciò che dovea divenire il loro figlio. Ritornato poscia in patria e divenuto col tempo supremo comandante del Tirolo, non dimenticò mai gli anni passati a Ballino, anzi vi si recò come generale per salutare i compagni d’infanzia, invitandoli a seguirlo nelle belliche imprese; ma quelli non si sentirono tanto fuoco marziale in corpo e si ricusarono. Conobbi de’ vecchi, defunti pochi anni fa, i quali furono coetanei dell’Hofer e lo rammentavano frequentemente nei loro racconti come miracolo di forza erculea. Oh! mutamento di tempi. I genitori di Hofer mandano il futuro salvator della patria ad apprendere nel Trentino la lingua italiana, – ed i loro connazionali presentemente vorrebbero distruggere questa lingua come malefica pianta; ove sta l’amor patrio? Diffatti se voi non vedete alcun tirolese far tappa in Ballino per onorare la memoria dell’eroe, anzi si cerca di nascondere questo grato episodio della sua vita, ora ne conoscete il perché…. e ciò meminisse juvabit… 
Siamo a tavola e soddisfatto l’urgente appetito, i discorsi cominciarono allegri e piuttosto sussurroni, proprio alla montanina. Pria di levare le mense, ritornarono gli amici villeggianti, ed assieme a loro furono vuotate alcune bottiglie di quel d’Arco. A questo punto il direttore della compagnia s’alza, ed intimato il silenzio, così parlò: Fratelli trentini! Interprete sicuro dei vostri sentimenti nazionali, impressionato da questo luogo, ove l’eroe tirolese, apprendendo l’italica favella, s’ispirò, coll’aure che qui soffiano dal tepido Benaco, al verace amor di patria, di cui mostrò poi con esempio imperituro, come per la patria si combatte e come si muore; protestando contro l’inutile, ma pure iniqua guerra, che degeneri nipoti ora fanno al nostro sacro e dolce idioma con propaganda perfino antiaustriaca; onde ad esempio del martire di Mantova noi pure sappiamo fino alla morte combattere imperterriti pei nostri patrii diritti, sempre ossequenti alla costituzione che ci regge, brindo alla memoria di Andrea Hofer…. Un evviva prolungatissimo e ripetuti bravo furon la risposta unanime della brigata; la quale, dopo aver passato alcune ore in armonia cordialissima, con canti patriottici e con lieti discorsi, si sciolse alle 4 p.; e dati gli addii, il nostro pelottone, inforcati gli arcioni, ritornossi donde partì.

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